Gli allarmi sociali (mai ascoltati)

 

In seguito alla frana del 1960, i timori che fino a quel momento ognuno aveva conservato nel proprio intimo, esplosero improvvisamente. La popolazione, soprattutto quella di Erto e Casso, più vicina alla diga, sente che qualcosa succederà: il Toc è stato trapanato da sonde, frustato da spostamenti d'aria causati dallo scoppio delle mine sul versante opposto per costruire la nuova strada, sollecitato dall'acqua del lago che sale e scende nel bacino artificiale ai suoi piedi; si aggiunge la pioggia autunnale e primaverile che entra nelle sue viscere. La gente ha paura: sente le continue scosse sismiche locali, vede le case riempirsi di fessure e crepe; gli animali selvatici fuggire da quel versante del monte Toc; il lago stesso presentare macchie giallastre ai piedi della "parete maledetta".
Le preoccupazioni di tutti sono soprattutto di ordine geologico: lo dico gli abitanti della valle per antico sapere, lo scrive la giornalista Tina Merlin, lo prevedono soprattutto i tecnici altamente qualificati, quali il geologo Semenza e Muller, che arriva a quantificare la frana nel febbraio 1961 in 200 milioni di metri cubi... sbaglierà, in difetto, di "soli" 60 milioni di metri cubi. Malgrado queste previsioni, la SADE, pressata dall'imminente nazionalizzazione delle Società produttrici di energia elettrica, vuole portare al collaudo il serbatoio del Vajont.
Nella paura la gente vorrebbe sapere la verità, vorrebbe che gli uomini della SADE rispondessero ai loro interrogativi, semplici domande sulla sicurezza del loro futuro in quella valle. La SADE, invece, ulteriormente preoccupata, non del destino dei montanari, ma del successo del suo enorme investimento nella realizzazione di quell'opera, compie ripetuti sopralluoghi, soprattutto presso quella enorme frattura che segna vistosamente il lato sinistro della vallata. Ovviamente sceglie di non parlare: tacere sia con gli abitanti sia con il Ministero a Roma. Ritiene inutile diffondere notizie preoccupanti prima del tempo: è meglio provvedere da sé a sistemare le cose. ecco che nasce l'idea di costruire una galleria (by-pass) all'interno della montagna per conservare l'unità del bacino.

Probabilmente per cercare una risposta, tranquillizzante e convincente, la SADE incarica il prof. Augusto Ghetti, direttore dell'Istituto di idraulica e costruzioni idrauliche dell'Università di Padova, di effettuare delle prove idrauliche su modello per esaminare gli effetti di un'eventuale frana nel lago artificiale del Vajont. Le prove si effettuano presso il Centro Modelli Idraulici di Nove di Vittorio Veneto; lì si cerca di valutare l'azione dinamica sulla diga, risultante dall'onda provocata dalla frana e gli effetti dell'onda sul serbatoio e sulle località vicine. Il modello, che doveva riprodurre la valle del Vajont, predisposto era in scala 1:200; il tratto del monte Toc è esteso fino a quota 900 metri, mentre le altre sponde sono limitate a quota 750 metri, quindi solo 25 metri più alte del coronamento della diga. Nel modello, riempito a differenti livelli d'acqua, vengono fatte cadere, con diverse modalità, varie quantità di materiale. Vengono così rilevati i tempi di caduta, l'innalzamento del livello dell'acqua e la quantità d'acqua che supera la diga.
La relazione Ghetti, datata 3 luglio 1962, delle 22 prove effettuate riporta che non vi è pericolo per i paesi di Erto e Casso, tanto meno per Longarone, e considera nella quota di 700 metri s.l.m. la quota di sicurezza, anche in vista del più catastrofico degli eventi di frana.

Se la SADE cercava una risposta tranquillizzante, l'aveva trovata...

 

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