I progetti della diga e la sua costruzione

 

Il progettista della diga del Vajont è l'ingegner Carlo Semenza: si tratta del maggior costruttore di dighe in Italia ed uno dei maggiori esperti al mondo di dighe a doppio arco; era spesso chiamato come consulente in tutta Europa ed anche in paesi extra europei.
Il primo progetto di diga nella valle del Vajont è datato 1940, nel quale il bacino veniva concepito come serbatoio di raccolta e compensazione pluristagionale di una rete d'acque. In questo modo si sarebbero meglio garantite riserve ed alimentazione d'acqua alle centrali idroelettriche della pianura. Insomma si poteva riconoscere nel bacino del Vajont una vera e propria banca dell'acqua.
Il progetto iniziale prevedeva una diga alta 202 metri con una capacità di 50 milioni di metri cubi d'acqua e si appoggiava sulla relazione geologica del prof. Giorgio Dal Piaz: il parere favorevole del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici arrivò in tempi drammatici per il nostro Paese, il 15 ottobre 1943, quando forse lo Stato aveva la testa impegnata in affari più importanti.
In realtà il destino di questo iniziale progetto sarà di subire continue modifiche e varianti per migliorare l'utilizzo delle acque. L'11 ottobre 1948 l'ing. Carlo Semenza chiede un parere geologico sul possibile innalzamento della diga fino a quota 730 s.l.m., altezza della diga 226 metri; il prof. Dal Piaz risponde con due lettere, datate 15 ottobre e 21 dicembre 1948.
Date le caratteristiche tipicamente favorevoli alla costruzione di uno sbarramento offerte dalla valle del Vajont, si propongono due ipotesi costruttive: l'una che prevede una diga fino a quota 679 metri s.l.m., l'altra fino a quota 727 metri s.l.m. La soluzione prescelta sarà quella intermedia tra le due.
Alla fine della II guerra mondiale, visti l'aumento della modernità (industrie, televisori, lavatrici, frigoriferi...) con i conseguenti aumenti dei bisogni energetici nazionali e l'abilità riconosciuta a tecnici e maestranze italiani, come progettisti e costruttori di dighe, visti i generosi finanziamenti pubblici per il comparto elettrico e gli allettanti profitti, la SADE progettò un ulteriore innalzamento della diga per il massimo sfruttamento della valle.
Il 31 gennaio 1957 la SADE presenta dunque la domanda per una variante e il 22 aprile viene consegnato il progetto esecutivo della diga... ecco realizzato il progetto GRANDE VAJONT: prevede infatti una diga alta 265 metri (arrivando così a quota 722,50 metri s.l.m.) per un bacino che aveva una capacità utile di 150 milioni di metri cubi d'acqua, superiore alla somma degli altri sette bacini artificiali costruiti lungo il corso del fiume Piave e dei suoi affluenti... rispetto al progetto iniziale si era alzata la diga di "soli" 63 metri, ma la capacità del bacino era triplicata! Anche questa volta la relazione geologica porta la firma del prof. Giorgio Dal Piaz; il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici esprime voto favorevole il 15 giugno 1957. La domanda per l'autorizzazione all'inizio dei lavori e la dichiarazione d'urgenza sono datate 1 luglio 1957; la relativa autorizzazione arriverà 15 giorni dopo, il 17 luglio 1957.
Iniziano nel gennaio 1957, i lavori di scavo delle fondazioni (imposte) della diga del Vajont, la diga a doppio arco più alta del mondo (all'epoca), che raggiungerà il suo culmine in poco meno di tre anni. Perplessità e timori, ammonimenti contrari all'audace opera non mancheranno mai durante tutto il periodo di costruzione e della diga e dopo, con l'inizio e il proseguimento degli invasi.

Non si possono assolutamente negare al progettista e ai costruttori l'orgoglio e l'abilità nella realizzazione di quest'opera; non si può lasciare in secondo piano nemmeno il fatto che Longarone, ma soprattutto Erto e Casso, venivano a trovarsi, l'uno dirimpetto ad un'opera che tutto il mondo ammirava, gli altri affacciati su un ampio lago artificiale che avrebbe portato inevitabilmente un flusso turistico, rinforzando l'economia dei luoghi.
Purtroppo però, come diceva un vecchio saggio, qualunque cosa, come anche la vita di ogni uomo, può considerarsi felice o meno solo alla fine della sua esistenza; quindi per giudicare quest'opera d'arte, che è la diga del Vajont, bisogna arrivare alla fine di questa storia.

La diga è una struttura in calcestruzzo a doppio arco. L'altezza massima è di 261,60 metri e lo sviluppo del coronamento è di 190,50 metri; la diga ha uno spessore alla base di 22,11 metri e alla sommità negli scivoli degli sfioratoi di 3,40 metri e 2,92 metri nel corpo diga. Fin dai primi studi della valle del Vajont apparve chiaramente che il tipo di diga che meglio soddisfaceva alle condizioni topografiche della valle era quello che si sviluppava "a cupola" nella parte media superiore.
La diga poggia su rocce calcaree formatesi circa 170-140 milioni di anni fa (Giurassico medio): è una formazione molto compatta e resistente, che compone l'ossatura del monte Toc e che non ha partecipato al movimento franoso; è detto anche calcare del Vajont. Su questa tipologia di roccia, tra 135-80 milioni di anni fa (Cretacico inf-sup), si è stabilizzata una seconda struttura geologica, costituita da un complesso di rocce stratificate e molto fratturate, deformabili. E' la formazione interessata dal movimento franoso. La SADE non fu solerte nel presentare i supplementi di indagine geologica richiesti dal Ministero; si rivolse però a consulenti più giovani del prof. Dal Piaz, tra i quali anche il geotecnico austriaco Leopold Muller, che nell'agosto 1957 aveva osservato che in sponda sinistra del bacino vi erano ammassi di sfasciume in forte pericolo di frana.
Le preoccupazioni della SADE aumentarono quando, il 22 marzo 1959, scivolò repentinamente una frana di circa 3 milioni di metri cubi nel bacino artificiale retto dalla diga di Pontesei, nella valle di Zoldo, sollevando un'ondata di 20 metri che uccise il custode, il cui corpo non fu mai ritrovato. La diga in questione è alta "solo" 90 metri per un bacino di 9 milioni di metri cubi d'acqua: dunque si tratta di dati numerici molto inferiori rispetto a quelli riscontrati nella diga del Vajont, ma l'ingegner Semenza è ugualmente preoccupato che al Vajont possa avvenire una cosa simile.
Vengono dunque convocati Edoardo Semenza, geologo e figlio dell'ingegner Semenza, e Leopold Muller, il geologo austriaco, ed incaricati di svolgere indagini sul versante sinistro della valle del Vajont. In seguito a queste indagini, il versante del monte Toc, la sponda sinistra della valle nell'ottobre 1959 per Muller, risulta non essere stabile; queste indagini portano, in sostanza, alla scoperta di una "paleofrana" di epoca preistorica: la conclusione fu dunque che l'intera massa avrebbe potuto rimettersi in movimento una volta che le si fossero "bagnati i piedi" con l'acqua degli invasi.

Era, questa, la prima di una serie di occasioni che si presentarono ad ingegneri e tecnici del cantiere del Vajont, un'occasione per capire che non era il caso di proseguire, bensì il momento di riconoscere alla natura il suo ruolo fondamentale e di non rubare ad essa il suo spazio. Purtroppo, questa come le altre occasioni, andarono a vuoto: il denaro, gli interessi economici ed ingegneristici sottostanti e - forse - anche la scarsa informazione su come stessero veramente le cose, ebbero sempre la meglio...

 

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