Longarone dopo della sciagura

Processo e aspetti giuridici della tragedia

 

All'alba del 10 ottobre 1963, mentre i soccorritori avevano già raggiunto il luogo del disastro e cominciavano a darsi da fare, il Procuratore della Repubblica, dott. Arcangelo Mandarino, emetteva gli ordini di sequestro: archivi, documenti, corrispondenze, atti e delibere, relazioni tecniche, informative, vengono prelevati dai Carabinieri. Le carte raccolte cominciano a fare chiarezza, allontanando man mano l'ipotesi della fatalità e dell'imprevedibilità dell'evento catastrofico.
Accanto a questo intervento immediato della magistratura, altre inchieste si mettono in movimento: quella amministrativa del governo, una Commissione parlamentare bicamerale e anche un'indagine dell'ENEL.
Il 3 dicembre 1963 il dott. Mandarino incaricò il prof. Gortani, geologo, di eseguire i primi accertamenti sulla frana; il 15 gennaio 1964 la Commissione ministeriale di inchiesta, con a capo il presidente del Consiglio Bozzi, rese note le conclusioni della sua indagine, dicendo che la SADE era a conoscenza dei pericoli e che aveva nascosto dati e risultati tecnici agli organi di controllo per poter ottenere le autorizzazioni... sembrava che il governo fosse sulla strada giusta per arrivare alla verità sul Vajont... si rivelerà un'illusione.
Il 14 febbraio 1964 il dott. Mandarino formulò le sue accuse e trasmise gli atti al giudice istruttore, dott. Fabbri, contestando i reati di cooperazione in disastro colposo di frana aggravato dalla previsione; cooperazione in disastro colposo di inondazione; cooperazione in omicidio e lesioni colpose plurimi. I reati colposi si estinguono (prescrizione) in sette anni e mezzo; quindi nel nostro caso la sentenza definitiva doveva arrivare entro il 9 aprile 1971, altrimenti il processo è vanificato. Il 7 marzo il giudice istruttore sottopose undici quesiti al collegio degli esperti incaricati di fornire una perizia geologica; i periti sono quelli nominati dal dott. Mandarino accanto a Gortani; il termine concesso dal dott. Fabbri per la presentazione della perizia era di tre mesi (7 giugno). In realtà il collegio, a fronte di proroghe e ritardi, presenterà le sue conclusioni ben un anno e mezzo dopo, il 15 novembre 1965, ricalcando fedelmente le conclusioni delle commissioni che da tempo avevano presentato i loro rapporti.
Il 22 maggio 1964 il Parlamento istituì una Commissione di inchiesta, che rese nota la sua relazione nel luglio 1965, nella quale concludeva che l'evento era straordinario per una serie di motivi e che quindi la catastrofe era imprevedibile perché i caratteri straordinari non avevano riscontro in avvenimenti naturali noti.
Poco tempo dopo anche la Commissione tecnica istituita dall'ENEL presentò il suo rapporto: anch'essa concludeva che il franamento è un fenomeno eccezionale e quindi imprevedibile. Si sarebbe potuto pensare, subito dopo la tragedia, che l'ENEL avrebbe dichiarato guerra alla SADE per i molteplici nascondimenti e per evitare così le proprie responsabilità, invece ora l'ENEL diventava alleato e difensore della SADE, pagandone i danni.
Nel procedimento giudiziario avviato dal procuratore Mandarino e proseguito dal giudice Fabbri, si erano inseriti come parti civili gli amministratori di Longarone ed Erto e i familiari delle vittime.
Quando il dott. Fabbri ebbe tra le mani i risultati della perizia geologica collegiale da lui stesso ordinata, capì che le cose stavano prendendo una direzione sbagliata; dopo sei mesi di ricerche e riflessioni, il 23 giugno 1966, il dott. Fabbri ordinò lo svolgimento di una nuova perizia sul disastro del Vajont. Occorreva però trovare gli esperti a cui affidare tale compito: in Italia nessun geologo si rese disponibile... la SADE si era messa al sicuro. Occorre perciò rivolgersi all'estero, in Francia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Svizzera.
Il 21 maggio 1967, a Nancy, al cospetto del giudice Fabbri e del procuratore Mandarino, si ripeterono le stesse prove che il prof. Ghetti aveva effettuato a Nove, ma questa volta con elementi ben più somiglianti a quelli reali, che portarono a conclusioni molto vicine a quelle che furono nella realtà. Il 23 giugno 1967 il dott. Fabbri ricevette la nuova perizia, che capovolgeva le conclusioni precedenti: dimostrava che la frana poteva e doveva essere prevista.
Il 22 novembre 1967 il Pubblico Ministero, dott. Mandarino, chiese il rinvio a giudizio per l'intero direttivo tecnico della SADE.
Dall'estate 1967 l'ENEL ha un nuovo obiettivo: con i 10 miliardi versati a titolo di solidarietà i danneggiati dovrebbero tacitare le loro rivendicazioni, ritirare la loro costituzione di parte civile, abbandonare il processo... è il patto contenuto nella transazione. Il Comune di Erto-Casso la rifiuta; il Consiglio comunale di Longarone l'approva a maggioranza ridotta.
Lo Stato intanto approva una legge che punta alla ricostruzione e allo sviluppo: si stabiliscono dei finanziamenti statali a cui potranno accedere tutti i titolari di qualsiasi attività economica precedente al disastro. Purtroppo le licenze erano rimaste, ma non i loro titolari; la legge veniva incontro prevedendo la possibilità di vendere tali licenze... ecco allora un nuovo mercato: le licenze vennero vendute dai superstiti per poche decine di migliaia di lire ad affaristi senza scrupoli che hanno poi ottenuto dallo Stato centinaia di milioni per far nascere attività economiche.
Il 21 febbraio 1968 il giudice Fabbri depositò la sentenza istruttoria e partirono i mandati di cattura, mai eseguiti perché i loro destinatari non si fecero trovare in casa.
Il processo del Vajont si aprì così il 26 giugno 1968; gli avvocati della SADE però ricorrono presso la Corte d'Appello di Venezia chiedendo lo spostamento del processo a una sede diversa da quella di Belluno, per "legittima suspicione"; la Corte d'Appello vede minacce e pericoli per l'ordine processuale e l'ordine pubblico se il dibattimento avesse dovuto svolgersi a Belluno. Nulla giustifica simili previsioni, su nulla si fonda il legittimo sospetto, ma la Cassazione tolse il processo alla sua sede naturale e lo trasferì all'Aquila, dove il processo dibattimentale avrà inizio lunedì 25 novembre 1968 e proseguirà per oltre un anno con  due udienze ogni lunedì, due udienze il martedì e una il mercoledì mattina. Si cominciò con il risolvere le questioni preliminari, si proseguì con gli interrogatori degli imputati e poi dei testimoni, prima i superstiti e i danneggiati, poi i tecnici esperti.
La discussione fra le parti si protrasse da settembre a dicembre 1969; l'avvocato Canestrini, parte civile degli ertani, parlò per sedici ore; l'arringa finale dell'avvocato Ascari, parte civile di Longarone, si protrasse per tre giorni. Gli avvocati della difesa (avv. Conso) non furono comunque da meno. L'accusa invece pronunciò un'arringa breve e confusa, parlò per un'ora solamente, pronunciandosi per la piena colpevolezza degli imputati, chiedendo frettolosamente 21 anni e 4 mesi per tutti: condanna giusta, ma viziata dalla mancanza di un'adeguata motivazione. Il pomeriggio del 17 dicembre 1969 il Tribunale si ritirò in camera di consiglio per decidere; ci rimase per circa cinque ore, poi il Presidente lesse il dispositivo: sei anni di reclusione, di cui due condonati, a Biadene, l'ingegnere che aveva sostituito Carlo Semenza, morto il 31 ottobre 1961, (più altri due imputati) per omicidio colposo plurimo.
Il 26 luglio 1970, presso la Corte d'Appello dell'Aquila, si aprì il processo d'appello; il 3 ottobre venne emessa la sentenza che modificava quella di primo grado: si riconoscono i reati di inondazione aggravata dalla previsione degli eventi, compresa la frana e gli omicidi; pesante la motivazione, ma leggere le pene. Sono condannati solo Biadene e Sensidoni, capo del servizio dighe del Ministero dei Lavori pubblici.
Il ricorso per Cassazione si svolse a Roma dal 15 al 25 marzo 1971, quattordici giorni prima che scatti la prescrizione. Questa volta viene confermata la sentenza d'appello, ma vengono ridotte ulteriormente le pene: cinque anni di cui tre condonati a Biadene; tre anni e otto mesi a Sensidoni, di cui tre condonati. In prigione a Venezia ci finirà solo Biadene, detenuto modello che sistemerà la biblioteca e l'impianto di riscaldamento, guadagnandosi uno sconto di pena per buona condotta... dire "cinque anni" è dire una cosa, dire che è stata scontata solo qualche ora di carcere per ciascuna delle vittime di questa tragedia è dire cosa ben diversa...

In sede civile, l'8 marzo 1976 la Corte d'Appello dell'Aquila stabilì che responsabile civile per l'attività colposa posta in essere da Biadene era l'ENEL. Il 3 dicembre 1982 la Corte d'Appello di Firenze modifica la sentenza dell'Aquila, condannando l'ENEL e la Montedison (società proprietaria della SADE) al risarcimento dei danni subiti dallo Stato e la sola Montedison per i danni subiti dal Comune di Longarone. Il 17 dicembre 1986 la Cassazione respinge il ricorso della Montedison contro la sentenza di Firenze.
Il 20 luglio 1988 il Comune di Longarone instaura un processo civile presso il Tribunale di Belluno contro la Montedison; il 15 febbraio 1997 il tribunale di Belluno condanna la Montedison a risarcire i danni patrimoniali e morali subiti dal Comune di Longarone, quantificandoli in 55 miliardi di lire. Il 17 aprile 1997 la Montedison versa al Comune di Longarone 18 miliardi di lire, a titolo di anticipo. La Corte d'Appello di Venezia il 22 febbraio 1999 condanna la Montedison, ma questa con il Comune di Longarone decide di porre fine al contenzioso con un  accordo transattivo, definitivo e intoccabile: la Montedison si impegna a versare al Comune di Longarone la somma complessiva di 77 miliardi di lire, dai quali vengono sottratti i 18 miliardi precedentemente versati, ma una quota di tale somma, pari a 5 miliardi di lire, dovrà essere devoluta dal Comune ad una Fondazione (costituita proprio in occasione del 40° anniversario) con finalità di studio dei problemi ecologici della montagna e della zona del Vajont.

Dunque il dopo-Vajont dal punto di vista giudiziario si è concluso solo pochi anni fa, dopo interminabili processi, con viaggi lunghi e faticosi affrontati dai superstiti che non si arresero mai all'idea di non poter seguire da vicino il processo, anche se la legge lo aveva spostato a quasi 900 km da quella che sarebbe stata la sua sede naturale e giusta.

 

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